Presentazione

(i brani in colore marrone sono tratti dal romanzo)

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Una casa d'altri tempi, piena di libri e di oggetti d'arte. Giornate che scivolano placide tra il silenzio dello studio, impegni accademici e letture elevate. Una vita "nobile", illuminata e risolta nel culto del Bello e della grande letteratura del passato.

"E' bello vivere così, nella bellezza imperitura, adornarsi di vestimenti regali, possedere le passioni nella loro espressione più alta, amare gli amori resi immortali dal genio." (G. Flaubert, Novembre)

Sempre a quel punto posava il libro sulle ginocchia, rapito dalla magia che quelle parole sapevano rinnovare ogni volta. Nel tacito, infinito dialogo che lui solo sapeva intrattenere con chi, più di un secolo prima, sembrava aver scritto quelle parole proprio per lui. Per lui solo, che sapeva riconoscersi in quelle parole, che sapeva vibrare all'unisono con l'alto sentire di chi sembrava aver presentito ciò che lui, proprio lui, sarebbe stato.

"Talvolta l'arte e la poesia sembravano aprire i loro infiniti orizzonti e illuminarsi a vicenda del loro stesso splendore. Allora edificavo palazzi di rame rosso, ascendevo eternamente in un cielo radioso, su una scala di nubi più soffice di un piumino." (G. Flaubert, Novembre)

Ascendevo eternamente in un cielo radioso, amava ripetere tra sé mentre il suo sguardo scivolava tranquillo e pensoso lungo le pareti dello studio, sui mobili, sui quadri, sugli oggetti d'arte, sui tappeti a catturare i riflessi della luce tenue che filtrava dalle tende e che sembrava rendere ancora più prezioso tutto l'insieme delle cose belle che facevano da scenario alle sue meditazioni.

Si riprendeva da quell'istante quasi sospeso nel tempo. Sollevava il libro dalle ginocchia e, compiaciuto, proseguiva la lettura.

"Anch'io mi sono divertito al rumore delle bufere e al ronzare vago degli esseri umani che saliva fino a me. Ho vissuto in un nido altissimo e il mio cuore si gonfiava di aria pura e lanciavo grida di tripudio per distogliermi dalla mia solitudine... Mi venne presto un'inesprimibile ripugnanza per le cose di quaggiù." (G. Flaubert, Novembre)

Questo, alle soglie del 2000, è il mondo di Edoardo. Questo è Edoardo: reincarnazione quasi di un personaggio creato da Thomas Mann.

Non poteva Irene non intenerirsi allo stesso modo ogni volta che - e non accadeva raramente - la pagina lasciata aperta da Edoardo le restituiva il ritratto del fratello, disegnato in epoche misteriosamente remote dalla mano inconsapevole di chi Edoardo non l'aveva conosciuto allora e non l'avrebbe conosciuto mai. Ma che pure con quello scritto sembrava quasi aver tracciato un disegno dal vero.

"...Era di statura lievemente inferiore alla media, bruno, sbarbato. La testa risultava un po' grande rispetto alla corporatura quasi minuta. I capelli spazzolati all'indietro, alquanto radi sul cocuzzolo, folti e molto brizzolati alle tempie, incorniciavano la fronte alta, segnata da rughe profonde come cicatrici. L'arco degli occhiali d'oro, dalle lenti non cerchiate, s'infossava nella radice del naso forte e nobilmente aquilino. La bocca era grande, a volte rilassata, a volte improvvisamente sottile e contratta; le guance magre e scarne, il mento ben modellato e morbidamente diviso nel mezzo."
(T. Mann, La morte a Venezia)

Sempre a quel punto Irene si arrestava intenerita, mollemente compiaciuta da quella innocente debolezza di Edoardo, che solo lei conosceva. Dal vezzo un po' infantile dell'illustre studioso che, con candido narcisismo, amava mirarsi nella copia che proprio l'artista che più amava sembrava aver fatto di lui tanto tempo prima.

Ma, a differenza degli Hans Castorp e dei Tonio Kröger, Edoardo vive in un mondo a sé stante, avulso dalla realtà quotidiana, asettico e alieno da sentimenti comuni, dove l'Arte non si permea nelle vicende politiche e sociali. Un microcosmo artificiale e statico in cui l'Arte diventa essa stessa linfa vitale della ragione e del cuore. Ma anche fonte di profonde contraddizioni. Un equilibrio precario che paradossalmente verrà meno proprio quando Edoardo sarà inaspettatamente investito dal sentimento forse più estraneo al cosmo che artificiosamente si è costruito: l'amore.

Ma le cose erano completamente cambiate da quando era arrivata Lisabetta. Perché, per la prima volta in tutta la sua esistenza, era stato proprio con lei che Edoardo aveva sentito vibrare i moti più profondi dell'animo in perfetta sintonia con un altro essere umano. L'essere nuovo che era entrato nella sua vita: la giovane artista come lui innamorata del bello. Era stato così che l'amore per l'arte e l'amore per Lisabetta si erano completamente fusi nel cuore di Edoardo. Per diventare un unico, profondo sentimento incurante di pregiudizi e luoghi comuni quali la differenza d'età e di stile di vita. Un sentimento in grado di comprendere tutto in sé. Qualcosa in cui la donna e l'arte erano stati capaci di fondersi, di compenetrarsi. Arricchendosi a vicenda.

La realtà effettiva è però molto diversa da ciò che di quella stessa realtà appare ad Edoardo.

Michele si recava a casa di Lisa la mattina, a giorni alterni.

Trascorrevano lunghe ore nello studio di lei e gli sguardi ambigui che si scambiavano per gioco andavano e venivano al di sopra della tela su cui l'abbozzo incerto di un nudo maschile continuava nel lento trascorrere dei giorni a rimanere pressoché uguale. Era eccitante guardarsi a distanza, carezzarsi con gli occhi senza potersi sfiorare. Lo sguardo di lei percorreva con consumata sensualità il corpo seminudo di lui, il torace, i bicipiti. E intanto scivolavano dalle labbra parole audaci, sussurri lascivi a cui facevano eco, quasi in licenziosa competizione, parole ugualmente salaci, movenze voluttuosamente allusive, sguardi di fuoco.

Sguardi, movenze, parole di cui entrambi si servivano con allenato erotismo per attizzare il desiderio inesauribile, parossistico quasi che ogni giorno di più li animava. E che ogni volta si prolungava nei loro incontri pomeridiani, trovando appagamento nella solitudine silenziosa della squallida stanzetta in cui i due amanti consumavano ore indimenticabili.

Tutto precipita. Le illusioni sfumano. I toni cambiano.
Il sogno di Bellezza di Edoardo sarà annientato dall'impatto traumatico con una realtà che si rivela deludente, prosaica e meschina.

Hotel Astoria.

Se la trovò davanti all'improvviso quell'insegna. Il suo cuore ebbe un sussulto. I bassi, giallastri quartierini disposti a corte su un piano rialzato avrebbero voluto essere graziosi, con i gerani impolverati che si intravedevano tra finestre accecate da persiane ermeticamente chiuse.
Un posto veramente squallido.

Un senso di sgomento e insieme di disgusto si impadronì di lui in un attimo. Cercò di farsi coraggio, di non lasciarsi andare allo sconforto che, istante dopo istante, sentiva avanzare inesorabile dentro di sé.
Volle illudersi che niente fosse vero. Niente. [...] Ma lo squallore dei bassi, giallastri quartierini che si stendevano davanti ai suoi occhi non lasciava scampo alla minima illusione. [...]

Si sentiva amareggiato, umiliato. E si vergognava di sostare fuori di un posto simile. Lui, proprio lui. [...] Uno spirito aristocratico che solo di cose belle si era nutrito. [...] Un uomo che aveva voluto ignorare le bassezze e le meschinità che intuiva attorno a sé e che aveva voluto circondarsi solo di cose elevate rinchiudendosi compiaciuto in un sogno di perenne bellezza.

Un senso terribile di smarrimento si impadronì di lui all'improvviso. Era forse l'oscuro timore di veder materializzarsi sotto i suoi occhi sgomenti una verità inaccettabile. Una verità che avrebbe mandato in completa rovina quel piccolo cosmo, fatto esclusivamente di cose nobili e belle, che egli aveva forgiato a propria misura.

Un'aberrante lotta tra bene e male, che cerca e sembra trovare il suo compiuto fondamento proprio nelle pagine delle opere letterarie che Edoardo predilige. Le stesse che, in un passato ormai definitivamente e dolorosamente chiuso, gli erano servite a forgiare il nido altissimo in cui il cuore si gonfiava di aria pura.

Era particolarmente prostrato quella sera. Si lasciò andare sulla sua poltrona, prese in mano il libro, lo aprì a caso. E cominciò a rileggere una pagina su cui spesso si era soffermato. Ma che in quel momento gli si svelò sotto una luce di sinistra novità.

"L'Amore si nutre di immaginazione, per mezzo della quel noi diventiamo più saggi di quanto immaginiamo, migliori di quel che crediamo, più nobili di ciò che siamo; per mezzo della quale la vita appare ai nostri occhi come un tutto unico: per mezzo della quale soltanto possiamo capire il nostro prossimo nei rapporti reali così come in quelli ideali. Soltanto ciò che è nobile, e nobilmente concepito, può servire di nutrimento all'Amore. Ma qualsiasi cosa serve di nutrimento all'Odio."
(O. Wilde, De profundis)

Ma qualsiasi cosa serve di nutrimento all'Odio!

Come folgorato da quella frase, dalla forte carica emotiva che gliela faceva apparire di colpo quasi come una rivelazione, Edoardo sentì una stretta crudele imprigionargli il cuore. La sua mano si mosse incerta a cercare qualcosa sul tavolino lì accanto. Afferrò un lapis e, tremando, sottolineò con forza quella riga: "Ma qualsiasi cosa serve di nutrimento all'Odio."

Un senso di sgomento si appropriò di lui all'improvviso quando sentì le mute parole affidate a quella pagina diventare suoni distinti, rimbombare sinistre nei suoi pensieri. "Ma qualsiasi cosa serve di nutrimento all'Odio!"

Dapprima disorientato, di colpo fu preso da una sensazione di sbigottimento.

Fu nell'istante stesso in cui sentì chiaramente nascere dentro di sé l'effetto ancora oscuro eppure già devastante che il martellare di quelle parole aveva prodotto.

La vita, l'amore, l'arte come follia.
Delitto e castigo e La sonata a Kreutzer.
L'accetta di Raskòlnikov e il pugnale dell'uxoricida Pozdnyesev.

Aveva segregato Lisa nella camera da letto e subito dopo essersi tolto dalla vista l'immagine della giovane moglie era andato a prendere, tra i libri che aveva portato con sé, l'opera che più l'inquietava: [...] La sonata a Kreutzer.

Un'indicibile angoscia lo afferrava adesso ogni volta che rileggeva quelle pagine. Era una sensazione di profondo, quasi viscerale malessere che egli assaporava però con morbosità. Un senso di sgomento si impadroniva di lui quando prendeva in mano quel libro. Perché non poteva nascondere a se stesso che scorrere quelle righe significava per lui cercare qualcosa di inconfessabile: la voluttà che da un po' di tempo gli dava il processo di identificazione con l'uxoricida Pozdnyesev, operato ogni volta in virtù di quella lettura.

[...] "Sì, io devo punirla."

Sentì il sangue rimescolarsi nelle vene. E gli parve che quel moto vorticoso gli lasciasse una strana sensazione di gelo.

"Ma non la sto già punendo, forse?"

In quella frazione di secondo la lama dell'accetta di Raskòlnikov brillò di luce sinistra nel pensiero di Edoardo.

"O devo anch'io arrivare fino in fondo?" si chiese sgomento mentre fissava con sguardo allucinato il tagliacarte affilato che giaceva sul tavolino lì accanto. Con fatica riuscì a distogliere gli occhi da quell'oggetto per riportarli sulle righe del libro. Sentiva adesso dentro di sé il peso di una pena indicibile. [...]

"Sapevo precisamente dove avrei colpito: sotto le costole, proprio là il pugnale sarebbe penetrato. E nel momento in cui lo stavo facendo sapevo di fare qualcosa di orribile, qualcosa che non avrei mai immaginato di poter fare. Qualcosa che avrebbe avuto conseguenze spaventose. Ma questa consapevolezza mi balenò alla mente come un lampo. E subito dopo seguì l'azione."
(L. Tolstoj, La sonata a Kreutzer)

Edoardo non poteva impedirsi di vedere ogni volta, quasi come in un'allucinazione, il busto aggraziato di Lisa. [...] E, quasi come in un orrido, macabro amplesso, vedeva la lama affilata penetrare silenziosamente nella mollezza di quelle membra poco più che acerbe.

Sentiva di aver già paura. Non tanto dell'azione delittuosa che la sua mente vagheggiava in quei momenti di lucido delirio, quanto di ciò che gli sarebbe toccato dopo. Non la giustizia degli uomini, bensì il castigo perpetuo che -ne era sicuro- gli avrebbero inflitto in ogni momento i ricordi . E la coscienza. Cercava con tutte le forze di rifuggire da tali pensieri. Ma più i secondi trascorrevano più egli si compiaceva nella voluttà del suo tormento leggendo e rileggendo la pagina di quell'opera che più di ogni altra aveva la facoltà di farlo star male. Perché in essa gli pareva di veder raffigurata quella parte di sé, quella sorta di 'doppio' sommerso che non osava venire allo scoperto.
Ma per quanto tempo ancora?

"Dunque, c'è solo buio attorno all'uomo; tutto è vacuo, mentre egli vorrebbe qualcosa di definito. E così brancola in questo vuoto immenso in cui vorrebbe fermarsi., si aggrappa a qualsiasi cosa ma tutto gli viene meno: patria, libertà, fede, Dio, virtù ...amore anche!" aggiunse con tono cupo, come se volesse parlare a se stesso. "Ha agguantato tutto questo e tutto gli è caduto dalle mani, proprio come al pazzo che lascia cadere a terra un vaso di cristallo e poi ride sui cocci di cui è stato la causa."
(G. Flaubert, Memorie di un folle)

"L'uomo con il suo genio e la sua arte non fa che scimmiottare miseramente qualcosa di più elevato. Vorrei il bello nell'infinito, invece vi trovo soltanto il dubbio" (G. Flaubert, Memorie di un folle)