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| Recensione
apparsa sul numero 212 di Silarus
- Rassegna bimestrale di cultura fondata da Malo Rocco
Maria Grazia Greco - LE PAROLE SONO MIE - La vita, l'amore, l'arte come follia - Serarcangeli Roma 2000 pp. 176, £ 20.000 "Le
parole sono mie" è un romanzo, un giallo, un saggo? Forse un
assemblaggio. Certamente qualcosa di unico. Dal titolo contraddittoria, Le
parole sono mie. Di Maria Grazia Greco e del suo alter ego, del
protagonista Edoardo e di grandissimi nomi della letteratura mondiale:
Mann, Tolstoj, Flaubert, Wilde, Pirandello. Un doppio messaggio: un invito
alla Letteratura, alla pagina scritta, di cui Maria gRazia Greco da sempre
nutre il suo spirito e, nel contempo, un monito a non lasciarci soggiogare
dalla malia che l'Arte esercita proprio in virtù dell'
"irrealtà" che la sostanzia. Maturare, al contrario, la
saggezza di chi sa prendere le distanze, nella consapevolezza che tessuto
profondo dell'Arte come della Vita è la dicotomia reale - ideale. Perdere
il senso della realtà significa trasformare l'Arte in Follia. "Primum
vivere, deinde philosophari". Parimenti per l'arte, valore, ideale,
aspirazione, panacea ma di vita, non fuori, al di sopra o contro la vita.
Arte come sublimazione, spinta a superare i limiti del quotidiano, la
meschinità, le piccinerie della finitudine. In una sorta di estetismo
allucinato e allucinante, Edoardo, al contrario, strumentalizza l'arte per
realizzare i suoi desideri di vendetta, di rivalsa su una piccola donna,
arrampicatrice, arrivista, velleitaria, fedifraga. Lisa, Lisabetta,
Lisavèta, al di là dei calchi letterari: Boccaccio o Mann. Così Edoardo
si immedesima nei personaggi degli autori preferiti, autoidentifica la sua
situazione come le vicende letterarie. In una progressiva, lucida follia,
perde il senso della Realtà, si autoesalta nella proiezione del suo
vissuto in quello letterario. Non letteratura specchio di vita, ma vita
come clone letterario. Nell'acme del delirio: "La sonata di
Kreutzen", elogio dell'uxoricidio: "Tonio Kröger",
"Memorie di un folle". Il finale è una beffa. Ironia e
autoironia si intersecano e sdrammatizzano la complessità della vicenda.
Non "vissi d'arte, vissi d'amor", bensì: morii d'arte, morii
d'amor. Con infinita malinconia per il vano arrancare dell'uomo, vittima
talvolta, persino, delle sue passioni più nobili, come quella per la
letteratura. Basta un soffio per smarrire "l'ubi consistam". E'
la fine. Lo stile accattivante del testo ben si coniuga con la vicenda
coinvolgente, in un capovolgimento del classico thriller: non dal delitto
al movente, bensì dalle motivazioni alla volontà del delitto. Con un
finale inaspettato. Testo da leggere tutto d'un fiato, con la sorpresa di
trovare molto di più. Lorenza Rocco Carbone
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Recensione
apparsa sul numero 62 de La
nuova Tribuna Letteraria
Maria Grazia Greco Edoardo, un maturo
professore, è sempre vissuto nel chiuso del suo mondo domestico,
permeato di fedele dedizione al Bello e alla cultura; quasi un
fortilizio, un microcosmo in cui le sole coordinate sono state le letture
più amate, i quadri, gli oggetti più cari e, non da ultimo, Irene, la
sorella devota e mossa da un affetto fraterno ai limiti del morboso. La
frequentazione della giovane allieva Lisabetta stravolge
improvvisamente, con l'irruzione benefica del sentimento amoroso, questa
quiete fittizia. Il successivo matrimonio fra i due non coronerà però
i sogni educati e soavi di Edoardo, ma segnerà uno spartiacque
definitivo tra due sensibilità e due mondi. Questa insanabile dicotomia
si rivelerà una vera e propria voragine mentale e affettiva quando
l'idealismo di Edoardo si scontrerà con la crudezza della quotidianità
e dell'inganno. Da qui gli eventi assumeranno una piega sempre più
drammatica, fatale, precipitando poi in un epilogo perfetto per
l'emblema tragico della conclusione. Daniela Monreale |